Il 2017 si apre a Cremona con un vibrante dibattito sul futuro del commercio nel centro storico della città, posto che l'Amministrazione ha annunciato l'apertura di due nuovi grandi superfici destinate a Centro Commerciale a fronte delle quali dichiara semplicemente il proprio impegno ad animare il centro cittadino con eventi e mercati. 

Penso che sia mio dovere intervenire ed esporre il mio pensiero: questa è la mia libertà, questa la mia responsabilità di imprenditore e cittadino.  

Credo che a chi governa, qui e altrove, manchi totalmente la visione propria di una vera politica sociale. Manca la consapevolezza delle leve che fanno muovere le persone e indirizzare comportamenti ed economia. Manca totalmente la coscienza di quello che sono oggi i centri commerciali, vale a dire società finanziarie meramente speculative che ripetono ovunque un format studiato e aggressivo, protetto dalle connivenze ideologiche e monetarie della politica. Credo che chi governa non si renda conto assolutamente della potenza destabilizzante di modelli di consumo standardizzati, che condizionano sia la produzione che i consumatori, abbassando livelli di percezione della qualità e le conseguenti scelte di acquisto. Credo che in chi governa non ci sia la benchè minima conoscenza della realtà imprenditoriale del commercio tradizionale, stretto tra vecchie mentalità e tremende pressioni fiscali, oltre che appunto dimenticato e travisato da chi amministra. Si finisce sempre col parlare di prezzi e convenienza nel modo più ignorante e becero che si possa immaginare. 

Le città non sono nate per diventare teatrini. I negozi non sono finestre illuminate, ma cuore di famiglie, gente che lavora, mette denari nella città, investe sul futuro dei figli. E' ora di finirla di dire che con gli eventi si aiuta il commercio. E' ipocrita, oltre che falso. Ma se siamo arrivati al punto di invocare questo per sopravvivere, allora è certo che i politici dovrebbero solo vergognarsi. Le città sono palestre di vita, incontri, scambi culturali, fonti di economia reale e ricchezza. O si sceglie di proteggerle e farle vivere o si è complici della loro desertificazione. E' talmente lampante la decadenza di costume ed economica che mina la struttura profonda della nostra società che trovo inaccettabile e agghiacciante sentire ancora parlare dell'utilità della costruzione di nuovi Centri Commerciali. I signori delle società finanziarie che gestiscono questi business - ora come ora mortiferi per tutti tranne che per loro - dovrebbero piuttosto essere portati dalla politica ad investire nei centri storici delle città, nei negozi e negli immobili da recuperare, nelle strutture di servizio: centri commerciali diffusi DENTRO LE CITTA': questa sarebbe politica seria. Quella di oggi è colpevole, misera cecità.

Ricordare l'essenza della vita di una città non è ostinarsi a voler replicare un passato, ma trovare le radici su cui costruire il futuro. Più la violenza del sistema speculativo spinge a travolgere stili di vita e forme di economia "umana", più chi invece ci crede deve resistere e provocare duramente le riflessioni di chi ha ricevuto il potere di decidere come mandato da parte dei cittadini ma che lo sta usando in modo sciagurato proprio contro di loro. Le prove della nefasta ricaduta sulla società dei modelli imposti dai Centri Commerciali sono sotto gli occhi di tutti. Il danno è nella testa delle persone come effetto indiretto, ma è ormai drammatico nella qualità di prodotti e servizi, nella distrazione di risorse finanziarie dal territorio che si impoverisce inesorabilmente, nella perdita di abilità artigianali e imprenditoriali che vanno a morire, nella desertificazione dei centri storici, nel crollo del valore delle attività, nella mancanza di prospettiva per i giovani. E pensare a feste ed eventi compenserebbe tutto questo? Con una bocca parliamo di cultura e patrimoni universali e con l'altra rifiliamo pop corn e patatine? Con una mano facciamo convegni e lussuosi portali e con l'altra favoriamo consumo di suolo e nuove cattedrali di cemento che risucchiano cervelli e denari? Gastronomie sull'onda di East Lombardy? Magari... Ma se si allevano schiere di consumatori qualunquisti e anche con risorse limitate da una situazione economica che strangola tutti, a chi si può onestamente consigliare di aprire bottega? Ma è un domino: chi potrà continuare a produrre in un certo modo? L'Italia ha un patrimonio enogastronomico straordinario, ma che si regge sulla capacità di fare impresa di migliaia di resistenti, di partigiani del buono che combattono ogni giorno - nei campi, nei laboratori, nelle botteghe - una battaglia impari contro la burocrazia, le tasse, un sistema distributivo piratesco, una decadenza culturale e finanziaria strisciante ma costante, mistificazioni politiche avallate da una legislazione europea a dir poco demenziale; il manifatturiero è aggredito da prodotti di totale modestia provenienti da paesi dove lo sfruttamento di chi lavora è una regola. Cibi taroccati, indumenti scadenti, giocattoli pericolosi, tutto è crollato nella mediocrità, nel principio dell'usa e getta. Un colossale e drammatico inno allo spreco. E gongoliamo per essere il popolo della Coop sei tu, che canta Bandiera Rossa o non canta niente mentre però impazza nei talk show, porta i figli non ai musei o in campagna ma al Centro Commerciale ogni domenica e festa comandata e sputa sentenze su tutto, sui prezzi, sulla qualità delle cose che per il vero non conosce affatto, sulla dignità di chi ha negozio offendendo alla grande perchè è comodo rifilare del ladro e lavarsi la coscienza. E si dimentica che però corre ad acquistare malamente prodotti senza senso, senza rendersi conto che è complice di un sistema distorto e feroce che sta usando tutto e tutti. Siamo l'immagine dell'incoerenza. 
Fortunatamente, chi cerca di affrancarsi da questo esiste, ci prova, studia e si informa, frequenta botteghe e mercatini, cerca qualità e sicurezza alimentare, vuole prodotti e servizi dignitosi. Un piccolo esercito - fra cui giovani che tornano a vecchi mestieri e alla terra ( altro sintomo del fallimento di certe politiche... ) - combatte in bottega dalla mattina alla sera e fa filiera con chi produce bene. Molti portano i figli a vedere stalle e paesi piuttosto che rinconglionirli con i giochini delle gallerie calde e lucenti. E' un trend consolante, ma non basta. Una nicchia sui valori fondamentali della società è cosa inconcepibile sia sotto il profilo intellettuale che sotto quello economico: il cibo buono nel 2016 non può essere solo di nicchia. Le cose fatte bene nel 2016 non possono essere solo per pochi. Educare un popolo e guidarlo non è edonismo filosofico da esibire in salotto. Gestire i macroflussi economici non è una opzione, è un dovere. Ecco: questo è ciò di cui dovrebbe occuparsi la politica. I nostri amministratori dovrebbero uscire ogni giorno per le strade e fare un bel bagno di normalità entrando nei negozi, ascoltando la gente che lavora e da lavoro e che conquista il proprio pane con le unghie e coi denti; per ogni vetrina chiusa dovrebbe arrivargli in faccia uno schiaffo cattivo. Ecco. Dovrebbero abbassare lo sguardo davanti al commercio che soffre. Complimenti. Dopo secoli di storia, i politici di oggi lo stanno uccidendo .

 

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